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Thu, 26 Sept

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Lucignano

#LMF23 / 5. ARRIVEDERCI AMORE, CIAO

Music by F. Mendelssohn, Mischa Käser and J. Brahms Irene Abrigo, violin Jürg Dähler, viola Enrico Bronzi, cello Francesca Sperandeo, piano Concert without intermission End ca. 8.00pm

#LMF23 / 5. ARRIVEDERCI AMORE, CIAO
#LMF23 / 5. ARRIVEDERCI AMORE, CIAO

Time & Location

26 Sept 2024, 17:30 – 18:30

Lucignano, Lucignano AR, Italia

Program

🎶 6.00pm concert

 

PROGRAM

 

F. Mendelssohn Trio for violin, viola and piano in C minor MWV Q3 (10’)

  1. Allegro
  2. Scherzo
  3. Adagio
  4. Allegro

Mischa Käser Piano Trio n.1 (10')

  1. Energico
  2. Scherzo
  3. Adagio

J. Brahms Quartet for piano in g minor n.1 op.25 (40')

  1. Allegro
  2. Intermezzo: Allegro ma non troppo
  3. Andante con moto
  4. Rondo alla Zingarese: Presto

Concert without intermission

End ca. 8.00pm

 

ARTISTS

 

Irene Abrigo, violin

Jürg Dähler, viola

Enrico Bronzi, cello

Francesca Sperandeo, piano

 

Insieme a te non ci sto più, conosciuta anche come ARRIVEDERCI AMORE, CIAO, è una canzone composta da Paolo Conte con testo di Vito Pallavicini, portata al successo da Caterina Caselli nel 1968. Diventata uno dei più grandi classici della musica leggera italiana tanto da essere reinterpretato dai più grandi artisti come Ornella Vanoni, Franco Battiato, Rita Pavone, Claudio Baglioni e Gianna Nannini, la canzone è un addio a chi non ha saputo apprezzare un amore assoluto, a chi non ha avuto tenerezza né comprensione, spingendo ad una separazione che finisce con “Arrivederci amore ciao”.

“Una settimana, un giorno, solamente un'ora pochi istanti a volte valgono una vita intera.

Sensazioni... sensazioni che nemmeno il tempo potrà rubarmi che nemmeno il tempo, potrà portarmi via…”

Questo il testo della canzone UNA SETTIMANA UN GIORNO di Edoardo Bennato, che ha ispirato il titolo del concerto finale del nostro festival 2023 e che rappresenta quanto la settimana del festival sia intensa, indimenticabile… e anche sempre troppo corta. Scritta nel 1973 nel suo primo album in studio, risultato di nove anni di gavetta per ottenere un contatto discografico, non ebbe inizialmente successo: il disco infatti venne ignorato dalle radio e dai media, i quali additavano la voce di Bennato come sgraziata. “Meglio che ti rassegni e fai l'architetto", gli dissero. Fu licenziato… per poi diventare uno dei più grandi rocker italiani nonché il primo cantante solista italiano ad esibirsi al Montreux Jazz Festival nel 1976.

Dietro ai celebri trii per violino, violoncello e pianoforte di Felix Mendelssohn, op.49 e 66, si nasconde il trio in do minore per violino, viola e pianoforte, un’opera giovanile del compositore tedesco composta alla tenera età di 11 anni. Pubblicata postuma solamente nel 1970, è un vero e proprio gioiello raramente eseguito e registrato, testimonianza del genio compositivo di un enfant prodige quasi un esperimento o un esercizio compositivo fortemente ispirato da Carl Philipp Emanuel Bach, figlio di Johann Sebastian.

Mischa Käser, compositore contemporaneo svizzero, scrisse il suo Trio per piano, violino e violoncello n.1 nel 2008/09 in stretta collaborazione con l’Absolut Trio, affrontando la sfida di combinare i suoni del pianoforte e degli archi in modo tale che si fondano in tutt’uno. Ecco perché la parte del pianoforte è piuttosto sfoltita. Il brano è fortemente ispirato dai trii per pianoforte di Schumann e Schubert, senza raggiungere quelle "lunghezze celesti", inserendosi quindi in un contesto piuttosto romantico, benché sempre guidato dalle fantasie tipiche del compositore.

Il primo dei tre quartetti di Johannes Brahms per pianoforte, violino, viola e violoncello, quello in sol minore op. 25, fu iniziato forse nel 1860 ma fu nel 1861 che Brahms vi si dedicò con maggiore continuità, quando si era trasferito a Hamm, a pochi chilometri da Amburgo, dove i genitori di due sue giovani allieve gli avevano trovato una piacevole sistemazione in una stanza con terrazzo in un padiglione isolato nel loro giardino, dove poteva lavorare in tranquillità. Alla fine di settembre il quartetto era pronto e Brahms ne inviò una copia a Joseph Joachim - carissimo amico e grandissimo violinista per averne un parere. Il primo movimento fu in parte messo in discussione da Joachim per la “carenza d'invenzione melodica, le irregolarità ritmiche e la forma troppo libera”, mentre il finale "alla zingarese" gli strappò un giudizio entusiastico. Non si sa se, come in altre occasioni, Brahms sia intervenuto sulla sua musica ancora fresca d'inchiostro per apportarvi le modifiche indicate da Joachim. Comunque il quartetto fu eseguito in pubblico immediatamente, ad Amburgo: era il 16 novembre 1861 e in quell'occasione stava al pianoforte un'altra carissima amica del compositore, fresca vedova: Clara Schumann (sempre lei!). Nonostante le critiche di Joachim, in realtà il quartetto è di ampie proporzioni e piuttosto elaborato strumentalmente, con il pianoforte in posizione dominante, pur nel pieno rispetto del gioco contrappuntistico con gli archi. Il primo tempo si impone all'ascolto sia per la varietà dei temi (tre) che per la ricchezza del discorso musicale, avvolto in un clima di dolce e affettuosa malinconia tipicamente brahmsiana. L'Intermezzo (Allegro ma non troppo) è una pagina di delicato lirismo, tutta soffusa di un sentimento di poesia autunnale; significativo è l'episodio centrale più leggermente vivace nelle sue evanescenti e sonorità chiaroscure. L'Andante con moto si apre con una melodia calda e distesa del violino, proiettata con intensità e trascinante con sé gli altri strumenti in un clima tutto romantico. Nella seconda parte del movimento l'atmosfera espressiva diventa vigorosa e marziale, quasi un’eco di canti e inni tedeschi di estrazione popolaresca, concludendosi poi con un ritorno alla stessa sognante tessitura iniziale. L'ultimo tempo è un indiavolato Rondò di carattere zingaresco, che si ricollega allo spirito di quelle danze ungheresi così magistralmente trascritte da Brahms, che da giovane aveva compiuto numerose tournées concertistiche con il famoso violinista di Budapest, Ede Reményi. Per due volte tra i ritmi festosi e travolgenti di una musica tzigana fa capolino una curiosa cadenza, raffigurante, secondo un critico francese, una inaspettata stretta di mano tra Bach e Liszt.

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